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BIOETANOLO DAGLI SCARTI DELL’AGAVE PER TEQUILA

Fields of Blue Agave (Agave tequilana) by bbum by Flickr

Con “l’alcol della tequila” si potrà guidare, se immesso nel serbatoio del carburante dell’auto, però. Dagli avanzi della lavorazione dell’agave blu si può infatti ottenere bietanolo utilizzabile per autotrazione. In Messico gli studi su questa agroenergia di seconda generazione stanno dando esiti positivi, anche per questo sono stati presentati a Cop 16 a Cancun.

Come in ogni Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici gli eventi collaterali alle sessioni ufficiali sono numerosi. Tra questi vi è stata la presentazione del recupero degli scarti dell’agave blu usata per la produzione del famoso distillato, un modo per migliorare la sostenibilità di questo tipo di industria. Dagli avanzi della lavorazione si può infatti ottenere bioetanolo per autotrazione, quest’attività fa parte del Babethanol Project, una ricerca per la produzione di biocarburanti da biomasse lignocellulosiche di scarto dell’industria alimentare.

Il progetto è una collaborazione tra undici paesi europei e centramericani e tredici enti, ed è finanziato dall’Unione Europea, il coordinamento è dell’Institut National Polytechnique de Toulouse, Tolosa, in Francia. Lo studio sull’agave blu è portato avanti dall’Università di Città del Messico.

 

SI RECUPERA TUTTO NEI VITIGNI

Bike and Wines by Marv! da Flickr

Dalle vinacce esauste ed essiccate si ricava biomassa per riscaldare e produrre elettricità. Dai raspi si ottiene materiale organico per la pacciamatura. Sono due tra gli utilizzi meno noti dei vitigni che aumentano la sostenibiltà di questo tipo di coltivazione, spesso accusata di essere scarsamente rispettosa dell’ambiente e di essere causa dell’incremento del dissesto idrogeologico.

Da tempo è in corso un processo di miglioramento della vitivinicultura, a iniziare dalla ricerca della qualità, che ha orientato la produzione verso la bontà rispetto alla quantità. L’incremento di reddito delle aziende agricole ha permesso di investire nei miglioramenti di tutta la filiera, che stanno proseguendo, anche con difficoltà, come per la definizione europea di vino biologico. La stesura del regolamento europeo si è infatti arenata nelle differenze tra stati del nord e sud dell’Ue.  Le pratiche sostenibili innovative si stanno diffondendo nella realizzazione di nuove cantine, che si inseriscono piacevolmente nel paesaggio e che sono realizzate con materiali edili ecocompatibili. In molto casi si iniziano a vedere anche installazione di pannelli fotovoltaici e solari termici sui tetti. Per quanto riguarda l’aspetto agricolo vi sono strade che possono sembrare anche contraddittorie.

L’uso dei raspi per la pacciamatura attorno ai vitigni è una tecnica adottata per non far crescere erbacce al fine di migliorare la qualità dei frutti e del lavoro, mentre vi sono coltivatori che fanno crescere l’erba per compattare il terreno in modo da diminuire l’erosione del suolo, quindi il dissesto idrogeologico. Evidentemente ciascuna avrà un utilizzo sostenibile in base alla tipologia del territorio dell’azienda che deciderà di adottarla. L’irrigazione in alcuni casi è stata razionalizzata con riduzione dei consumi, analoga strada intrapresa anche nelle cantine durante le fasi della lavorazione dove è necessaria.

L’elenco delle buone pratiche è lungo, e prevede anche l’uso dei vinaccioli per ottenere un olio usato sia per l’alimentazione che la cosmetica, piuttosto che il riuso delle vinacce per ottenere grappa dopo una distillazione. In quest’ultimo caso è possibile ottenere infine pellet per l’uso come biomassa per riscaldare o produrre elettricità dopo un trattamento di essicamento. Dallo stesso materiale è anche possibile ricavare bioetanolo per autotrazione.

Altri aspetti della sostenibilità della vitivinicultura arrivano dagli imballaggi del vino, in questo ambito sono state adottate bottiglie con minore utilizzo di vetro, etichette stampate con inchiostri e carte a ridotto impatto ambientale, in qualche caso si trovano anche distributori alla spina, ma solo per quello di gamma meno pregiata.

Per finire vi è anche il turismo enologico in bicicletta, con tanto di due ruote attrezzate e aziende agricole con parcheggi predisposti per chi pedala tra una cantina e l’altra, godendosi gli aromi del vino e la bellezza del paesaggio modificato dal lavoro dell’uomo.

 

UE: ARRIVANO GLI ELETTRODOMESTICI A+++

Tre + dopo la lettera A per indicare un ulteriore riduzione dei consumi. E’ il nuovo aggiornamento dell’etichetta dei consumi energetici per gli elettrodomestici decisa dall’Unione Europea. I ventisette stati membri avranno un anno per recepirla nei propri ordinamenti nazionali.

E’ un altro passo in avanti verso l’attuazione del 20-20-20 quello che Bruxelles ha intrapreso in attesa che riprendano i negoziati per un nuovo trattato internazionale sui cambiamenti climatici dopo la battuta d’arresto della conferenza di Copenaghen del dicembre del 2009. L’Ue vuole infatti ridurre entro il 2020 le proprie emissioni di anidride carbonica del venti per cento, vuole produrre elettricità al venti per cento con fonti rinnovabili, e vuole aumentare l’efficienza energetica del venti per cento.

Le modifiche all’etichettatura si estendono anche ai consumi idrici, alla rumorosità e all’efficienza di lavaggio e asciugatura, parametri già presenti che la nuova grafica rende più fruibili, e speriamo rispettati come quelli energetici. Resta aperto il problema di prodotti sempre più potenti, spesso usati semi vuoti. La maggiore efficienza è spesso vanificata dall’incremento globale dei consumi provocato da questi elettrodomestici più potenti.

 

CLIMA: SCENARI DOPO COPENHAGEN

copenhagen cop 15 simbolo 2

 

Copenhagen non è stato un fallimento totale, ma i tempi della politica rimangono lunghi. La Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici  è terminata con un sostanziale fallimento, ma ha inaugurato una discussione e una negoziazione finalmente globali, con tutti i principali leader di governo impegnati in prima persona nelle trattative. Uno scenario inedito e a lungo atteso, dunque, non poco.

Il Protocollo di Kyoto sulla riduzione dei gas cosiddetti serra, quelli che provocano l’innalzamento della temperatura della Terra, riesce infatti a incidere sul trenta per cento delle attuali emissioni mondiali. Non tutti i paesi sottoscrittori, peraltro, lo rispettano, l’Italia è tra questi, compresa la Lombardia, il suo propulsore economico. La compagnia è numerosa tra gli altri paesi industrializzati secondo il World Resources Institute di Washington, e anche tra quelli emergenti per l’annuale rapporto dell’associazione Germanwatch di Bonn e Berlino. La crescita dei livelli di emissioni per continenti e pro capite per le nazioni più grandi sono, inoltre, da tempo note. L’aumento di velocità dello scioglimento dei ghiacciai dell’Artico, rispetto a quanto previsto inizialmente dall’Ipcc, il raggruppamento degli scienziati dell’Unfccc, la Convenzione internazionale sul clima delle Nazioni Unite, la cui sede si trova a Bonn, in Germania, invece, lo è da meno.

Peraltro i livelli di riduzione di emissione dei gas serra di cui si è discusso nella Cop15 di Copenhagen, la quindicesima conferenza tra le parti (paesi) sottoscrittori del Protocollo di Kyoto, sono più bassi di quanto servirebbe per non far crescere la temperature del pianeta di oltre due gradi. Lo ha scritto il quotidiano inglese The Guardian nella ricca sezione ambiente nei giorni della conferenza, pubblicando un documento riservato del segretariato della Convenzione sul clima. La notizia è stata poco ripresa in Italia, Alessandro Farruggia del Quotidiano Nazionale l’ha scritta citando i numeri del problema su Aequo.

In tutto questo scenario nella capitale danese si sono visti in azione i leader di Stati Uniti, Cina, India, Brasile, Sudafrica, oltre a quelli dell’Unione Europea, con i paesi fondatori protagonisti, Italia esclusa. Per questo l’assemblarismo Onu è stato un po’ maltrattato, con il tentativo di Usa e Paesi emergenti di far approvare il proprio documento, assai diverso da quello elaborato fino al giorno prima della fine della conferenza, e scritto nelle sessioni ufficiali. Una proposta che prevede entro la fine di gennaio di quest’anno la sottoscrizione da parte di tutti i paesi della propria quota di emissioni di gas climalteranti. Non c’erano nelle bozze di Copenhagen, e non ci saranno entro la fine del mese, le cifre necessarie per fermare la febbre del pianeta, ma le basi perché ci si possa arrivare sono state poste, e in poche settimane ci sarà una prima verifica di questo scenario. Probabilmente ci vorranno ancora anni prima che questi paesi possano stare al passo con le proposte di riduzione dell’Ue, che era pronta a portare il proprio meno venti per cento entro il 2020, quindi già superiore alla riduzione di Kyoto del cinque, a una diminuzione del trenta. Il realismo del ritardo tecnologico degli Stati Uniti, insieme alle aspettative economiche dei paesi emergenti hanno prodotto l’attuale fragile equilibrio, rispetto al percorso, la road map, decisa due anni a Bali, in Indonesia, al termine di Cop 13. L’obiettivo era approvare a Copenhagen un nuovo protocollo internazionale che proseguisse e rafforzasse l’azione di quello di Kyoto, valido fino al 2012.

Altre interessanti riflessioni si possono trovare sul blog scientifico Climalteranti, che ha pure una documentata sezione sui negazionisti dell’effetto serra. Su questo aspetto potete anche leggere i libri “A qualcuno piace caldo” e “Guida alle leggende sul clima che cambia” di Stefano Caserini, docente di Fenomeni di inquinamento del Politecnico di Milano.