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CIAR CUME’ L’ACQUA DEL LAMBER, IL FUTURO DEL LAMBRO

Documentario sul Lambro Legambiente

Il Lambro è un fiume, è vita. Attorno ad esso si è sviluppata una grande concentrazione di abitazioni, industrie, attività agricole, e i suoi spazi naturali sono stati bei luoghi per il tempo libero. E potranno esserlo ancora, insieme al resto delle attività presenti, se riusciremo a fare pace con questo corso d’acqua lungo centotrenta chilometri. Che adesso consideriamo un corpo estraneo.

Di questo parleremo a Monza, grazie a Legambiente, a due anni dallo sversamento di idrocarburi dalla Lombarda Petroli di Villasanta (Mb). L’occasione sarà la proiezione “Ciar Cumè l’acqua del Lamber” (Chiara come l’acqua del Lambro), il documentario realizzato da Elena Maggioni, Hulda Federica Orrù e Carlotta Marrucci, e prodotto da Legambiente, per ricostruire questo filo di relazioni interrotto. Il rapporto tra il fiume e i suoi abitanti è reciso da prima dell’incidente di due anni fa, anche se qualche miglioramento c’era stato, grazie anche alla tenacia di pochi appassionati ambientalisti, nonostante il fallimento del piano di risanamento Lambro-Seveso-Olona degli anni ’80, ancora prima di Tangentopoli.

Lo sversamento criminale di due anni fa ha, speriamo, offerto un’occasione per occuparsi di questo corso d’acqua prezioso e malato. Tra poche settimane, finalmente, sarà firmato il Contratto di Fiume Lambro Settentrionale (il cosiddetto ramo meridionale è il proseguimento dell’Olona a sud di Milano), uno strumento istituzionale coordinato dalla Regione Lombardia tra tutti gli enti locali che si susseguono lungo il corso del fiume, che dovrebbe permettere di affrontare in modo coordinato i problemi.

Sappiamo che il risanamento è possibile, come dimostrano i casi dei fiumi Emscher e Ruhr, nell’omonima regione simbolo dell’industria pesante nel land tedesco della Renania-Palatinato. Corsi d’acqua ben più inquinati del Lambro che da tempo sono tornati a essere trasparenti e vissuti.

Il documentario “Ciar cumè l’acqua del Lamber” sarà proiettato in anteprima mercoledì 22 febbraio 2012, alle 20.45, presso Sala Maddalena in via Santa Maddalena, 7 a Monza. Al termine del documentario condurrò un dibattito con una delle autrici dell’opera, Federica Orrù, il presidente di Legambiente Lombardia, Damiano Di Simine e Mario Clerici di Regione Lombardia.

 

UN ECOMUSEO PER LE ANTICHE LIMONAIE DEL GARDA

Il patrimonio delle coltivazioni più settentrionali di agrumi è stato riconosciuto dalla Regione Lombardia. L’Ecomuseo delle Limonaie del Garda Pra’ de la Fam – Tignale è infatti entrato nell’apposito elenco dell’assessorato alla cultura.

La struttura sta preservando la memoria naturalistica e paesaggistica che ebbe questa produzione agricola fino alla fine del 1800. La riviera gardesana bresciana, grazie alle sue caratteristiche climatiche e di vegetazione di impronta mediterranea, insieme all’entroterra montano che sfiora i duemila metri di altezza, hanno prodotto un unicum irripetibile.

Le limonaie del Garda, originali grandi serre di legno che proteggevano le piante nei rigidi inverni, sono strutture architettoniche introvabili altrove, che ricordano un’epoca e una civiltà contadina nata nel 1400, quando la coltivazione degli agrumi fu introdotta nella zona del Garda. L’abbandono di questa produzione risale alla seconda parte dell’800, quando l’unificazione d’Italia, quindi la fine dei dazi, e l’introduzione di nuovi sistemi di trasporto, resero più convenienti gli agrumi coltivati nel sud Italia. I limoni del Garda erano prodotti da Salò a Limone.

L’Ecomuseo Pra de la Fam, prato della fame, è stato voluto dalla Comunità montana Parco Alto Garda Bresciano che promuove una locale rete museale del territorio.

 

MONZARELLA, LA BIOMOZZARELLA DEL PARCO DI MONZA

Monzarella, produzione dal vivo nel centro di Monza

 

Latte monzese biologico doc del Parco. Lavorazione tipica pugliese, anche se il caseificio si trova nella brianzola Muggiò (Mb). Nasce così la Monzarella, la nuova mozzarella made in Brianza. Per festeggiare la fine degli iter amministrativi sono in corso presentazioni con produzione in diretta, degustazioni e animazioni per bambini.

E’ una storia di innovazione della filiera corta quella che ha portato alla realizzazione della Monzarella e degli altri formaggi del Parco di Monza.

Una vicenda alquanto moderna per i tanti intrecci presenti. In primis quello del latte della zona protetta, prodotto dall’azienda agricola Fratelli Colosio, che, oltre ad essere biologica e utilizzare i robot per la mungitura delle vacche, sfalcia l’erba di tutti i prati del parco. L’impresa produce yogurt, che vende direttamente come il proprio latte crudo, in alcuni distributori, di cui uno nel Parco di Monza dove si trova l’azienda, vicino all’ingresso di Vedano al Lambro.

Il secondo elemento fondamentale protagonista è il Caseificio La Murgia di Muggiò, che, già dal nome, evoca le chiare radici nella campagna barese. Qui avviene la trasformazione in Monzarella, e in altri formaggi con lavorazioni tipiche della pianura e delle montagne lombarde tipo stracchino o tipo latteria. Il caseificio, oltre a vendere nella propria sede di Muggiò, ha una piccola distribuzione, visto che ha propri punti vendita a Monza e Sesto San Giovanni.

Proprio nei negozi, dopo l’anteprima in piazza nel centro della città della Villa Reale, stanno adesso avvenendo le presentazioni, la prossima, l’ultima, sabato 29 ottobre a Sesto, in via Picardi angolo via Pellico al 7.

La nascita della Monzarella, ma anche dello yogurt e degli altri formaggi sono stati possibili grazie anche alla collaborazione della Cia, Confederazione Italiana Agricoltori di Milano-Lodi-Monza e Brianza, di cui sono consulente, della Provincia di Monza e Brianza e del Comune di Monza. Inutile dire che le difficoltà maggiori sono state quelle burocratiche, per la cui semplificazione è atteso, probabilmente a breve, un provvedimento dell’assessorato all’agricoltura della Regione Lombardia.

 

IL DISTRETTO DEI FORMAGGI DELLE ALPI OROBICHE

Formai de Mut, uno dei Formaggi Principi delle Orobie

Sei nuovi principi, come li hanno soprannominati i loro produttori, e il loro territorio. Sono i formaggi delle Alpi Orobie, che stanno riconquistando il mercato, da dove erano praticamente scomparsi e stanno creando sviluppo locale. I loro nomi sono: Branzi Ftb, Formai de Mut, Bitto Storico, Strachitunt Valtaleggio, Agrì di Valtorta e Stracchino all’antica delle Valli Orobiche.

E’ una riscoperta che dura da almeno vent’anni quella dell’arte casearia di montagna di questo lembo di Alpi, al confine tra l’alta Val Brembana, in provincia di Bergamo, la Val Gerola, in provincia di Sondrio, e alcuni alpeggi del lecchese tra Premana e Introbio, in Valsassina. Da sette anni a Branzi (Bg) si svolge anche la Fiera di San Matteo, che riprende la tradizione delle antiche fiere agricole, risalenti al ‘700, e che si svolge alla fine di settembre, quando i pastori-casari tornano in bassa valle dagli alpeggi e dalle malghe. Grazie anche a queste iniziative, che mettono in connessione produttori, consumatori, istituzioni, e commercianti, si sta di fatto formando un distretto rurale interprovinciale a vocazione lattierio-casearia. Per sostenere la zootecnia di montagna l’assessore all’agricoltura della Regione Lombardia Giulio De Capitani ha annunciato il riconoscimento del casaro d’alpeggio, la cui formazione potrà essere quindi essere finanziata.

Per chi desidera conoscere questo territorio, comprese le sue attività agricole che portano alla realizzazione dei Formaggi principi delle Orobie, ci si può rivolgere anche all’Ecomuseo della Valtaleggio.