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RINNOVABILI, COMUNITA’ AUTONOME AL 10% IN GERMANIA

321% in più dei propri consumi energetici. E’ l’autoproduzione di elettricità da fonti rinnovabili di Wildpoldsried, piccolo comune del sud della Baviera abitato da duemilaseicento persone.

Sono quindici anni che questo lembo di verdissima terra tedesca al confine con il land del Baden Wurttenberg, e con Svizzera e Austria ha iniziato il proprio percorso di sostenibilità, a partire dal pericolo dei cambiamenti climatici per il riscaldamento della Terra. Nel 1997 il consiglio comunale di Wildpoldsried ha infatti approvato una carta di intenti, che prevedeva di intraprendere il percorso per rendere il paese una comunità autonoma energetica, il tutto senza pesare sulle casse pubbliche.

Da allora i nuovi nove edifici pubblici costruiti sono stati dotati di pannelli fotovoltaici, in tre aziende agricole sono stati realizzati centrali a biogas che producono calore ed elettricità partendo dagli scarti, ed è stata realizzata anche una centrale a biomassa, per teleriscaldamento e produzione di energia, alimentata a pellet, gli scarti delle falegnamerie adatti alla combustione, che fornisce gli edifici pubblici. Il catalogo delle fonti rinnovabili utilizzate a Wildpoldsried si compone anche di tre impianti minidroelettici e di nove grandi pali eoliche. A questo vanno aggiunte molte altre azioni, che hanno permesso di raggiungere l’obiettivo di produrre per il 321% di quanto consumato, quindi di guadagnare dalla vendita di energia e di non essere soggetti alle oscillazioni dei costi di petrolio, gas e carbone.

La Germania è sempre più ricca di storie di comunità autonome che sono riuscite a costruire anche un autonomo sistema di approvvigionamento energetico. Le novecento piccole società pubbliche che si sono sviluppate grazie alle rinnovabili sono arrivare a coprire il 10% del fabbisogno nazionale, e puntano ad arrivare al 25 entro il 2030. Altra nota da segnalare un altro 10% di energia prodotta con le rinnovabili in Germania arriva impianti di privati cittadini o contadini.

Altre buone pratiche di produzione energetica decentrata sono il quartiere Hammerby Sjostad di Stoccolma e il recupero degli scarti della lavorazione delle arance a Silla, vicino a Valencia, in Spagna.

 

CALIFORNIA: LA BORSA DELLE EMISSIONI CLIMALTERANTI

La California dovrebbe inaugurare nel 2013 il proprio mercato delle emissioni dei gas climalteranti. Sono infatti stati approvati i regolamenti del cap and trade, quelli che sanciscono i tetti di partenza dei diritti di inquinamento e che stabiliscono le modalità del commercio dei titoli di risparmio, che saranno emessi dai soggetti virtuosi. Si prevede che il nuovo mercato andrà a regime nel 2016 e che tratterà affari per dieci miliardi di dollari. La borsa californiana della CO2 sarà la seconda per dimensioni dopo quello dell’Unione Europea.

L’ultimo passaggio istituzionale necessario è stato approvato all’unanimità a ottobre dal dipartimento aria dell’agenzia statale per la protezione dell’ambiente, ed è arrivato dopo tre anni di confronti, anche aspro, con il mondo dell’industria. L’istituzione del marcato della emissioni della California, una delle principali economie mondiali, era stato sancito da una legge del 2006, la nota Ab 32 sui cambiamenti climatici, per cui si era alquanto impegnato l’allora governatore repubblicano Arnold Schwarzenegger. Obiettivo è far tornare le emissioni climalteranti ai livelli del 1990 entro il 2020. I principali settori industriali coinvolti dal provvedimento sono le raffinerie di petrolio e le centrali termoelettriche.

Il funzionamento. I limiti di emissione sono stati stabiliti attraverso la raccolta per tre anni dei dati sulle emissioni delle industrie. Le imprese sono state raggruppate in settori ed è stato assegnato un punto di riferimento medio delle emissioni. Le aziende potranno emettere fino al 90% di tale importo nel primo anno. Le industrie che opereranno in modo efficiente, sotto il limite stabilito, potranno vendere sul mercato le proprie quote di carbonio in eccesso, le società le cui emissioni saranno, invece, al di sopra del punto di riferimento dovranno compensarle attraverso l’acquisto di crediti.

Chi emetterà i titoli azionari negoziabili? I parchi, per esempio, potranno incrementare l’accumulo di carbonio attraverso l’estensione delle zone boscate o comunque mediante azioni che incrementino il sequestro della C02 Questo aumento di stoccaggio del carbonio può essere trasformato in un credito negoziabile. Ci sarà un’entità indipendente che verificherà che il risparmio di emissioni sia reale, e il nuovo giacimento supplementare sia mantenuto per almeno cento anni. Nessun compensazione di carbonio potrà essere acquistata al di fuori degli Stati Uniti.

 

CLIMA: SCENARI DOPO COPENHAGEN

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Copenhagen non è stato un fallimento totale, ma i tempi della politica rimangono lunghi. La Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici  è terminata con un sostanziale fallimento, ma ha inaugurato una discussione e una negoziazione finalmente globali, con tutti i principali leader di governo impegnati in prima persona nelle trattative. Uno scenario inedito e a lungo atteso, dunque, non poco.

Il Protocollo di Kyoto sulla riduzione dei gas cosiddetti serra, quelli che provocano l’innalzamento della temperatura della Terra, riesce infatti a incidere sul trenta per cento delle attuali emissioni mondiali. Non tutti i paesi sottoscrittori, peraltro, lo rispettano, l’Italia è tra questi, compresa la Lombardia, il suo propulsore economico. La compagnia è numerosa tra gli altri paesi industrializzati secondo il World Resources Institute di Washington, e anche tra quelli emergenti per l’annuale rapporto dell’associazione Germanwatch di Bonn e Berlino. La crescita dei livelli di emissioni per continenti e pro capite per le nazioni più grandi sono, inoltre, da tempo note. L’aumento di velocità dello scioglimento dei ghiacciai dell’Artico, rispetto a quanto previsto inizialmente dall’Ipcc, il raggruppamento degli scienziati dell’Unfccc, la Convenzione internazionale sul clima delle Nazioni Unite, la cui sede si trova a Bonn, in Germania, invece, lo è da meno.

Peraltro i livelli di riduzione di emissione dei gas serra di cui si è discusso nella Cop15 di Copenhagen, la quindicesima conferenza tra le parti (paesi) sottoscrittori del Protocollo di Kyoto, sono più bassi di quanto servirebbe per non far crescere la temperature del pianeta di oltre due gradi. Lo ha scritto il quotidiano inglese The Guardian nella ricca sezione ambiente nei giorni della conferenza, pubblicando un documento riservato del segretariato della Convenzione sul clima. La notizia è stata poco ripresa in Italia, Alessandro Farruggia del Quotidiano Nazionale l’ha scritta citando i numeri del problema su Aequo.

In tutto questo scenario nella capitale danese si sono visti in azione i leader di Stati Uniti, Cina, India, Brasile, Sudafrica, oltre a quelli dell’Unione Europea, con i paesi fondatori protagonisti, Italia esclusa. Per questo l’assemblarismo Onu è stato un po’ maltrattato, con il tentativo di Usa e Paesi emergenti di far approvare il proprio documento, assai diverso da quello elaborato fino al giorno prima della fine della conferenza, e scritto nelle sessioni ufficiali. Una proposta che prevede entro la fine di gennaio di quest’anno la sottoscrizione da parte di tutti i paesi della propria quota di emissioni di gas climalteranti. Non c’erano nelle bozze di Copenhagen, e non ci saranno entro la fine del mese, le cifre necessarie per fermare la febbre del pianeta, ma le basi perché ci si possa arrivare sono state poste, e in poche settimane ci sarà una prima verifica di questo scenario. Probabilmente ci vorranno ancora anni prima che questi paesi possano stare al passo con le proposte di riduzione dell’Ue, che era pronta a portare il proprio meno venti per cento entro il 2020, quindi già superiore alla riduzione di Kyoto del cinque, a una diminuzione del trenta. Il realismo del ritardo tecnologico degli Stati Uniti, insieme alle aspettative economiche dei paesi emergenti hanno prodotto l’attuale fragile equilibrio, rispetto al percorso, la road map, decisa due anni a Bali, in Indonesia, al termine di Cop 13. L’obiettivo era approvare a Copenhagen un nuovo protocollo internazionale che proseguisse e rafforzasse l’azione di quello di Kyoto, valido fino al 2012.

Altre interessanti riflessioni si possono trovare sul blog scientifico Climalteranti, che ha pure una documentata sezione sui negazionisti dell’effetto serra. Su questo aspetto potete anche leggere i libri “A qualcuno piace caldo” e “Guida alle leggende sul clima che cambia” di Stefano Caserini, docente di Fenomeni di inquinamento del Politecnico di Milano.

 

 

FRANCIA: ECOTASSA PER LE EMISSIONI DI CARBONIO

 

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In Francia dal 2010 entrerà in vigore una tassa per le emissioni di carbonio. Riguarderà sia le imprese che i cittadini, ma non dovrebbe aumentare il carico fiscale totale. Si tratta di un provvedimento per incentivare la riduzione nei consumi di petrolio e gas, la combustione è tra le prime responsabile dei cambiamenti climatici.

Secondo quanto previsto dall’esecutivo francese, vi sarà un costo di diciassette euro a tonnellata di biossido di carbonio. Questo significherà un incremento del costo del petrolio di quattro centesimi per litro, e di zero virgola quattro per kilowatt ora di gas metano.

Le persone riceveranno sgravi fiscali, maggiori se dimostreranno di usare i mezzi pubblici, mentre per le imprese sarà abolita una imposta locale.

L’importo della ecotassa sulle emissioni è poco meno della metà di quanto ipotizzato inizialmente, ma la crisi economica ha consigliato il governo francese gradualità nella sua introduzione. Le autorità d’Oltralpe hanno proposto all’Unione Europea di adottare dazi sulle importazioni per le nazioni che non adottano provvedimenti analoghi per ridurre le emissioni dei gas climalteranti.

La Finlandia è stato il primo paese a introdurre nel 1909 la carbox tax. Altre nazioni con tasse sulle emissioni sono: Svezia, Norvegia, Danimarca, e Svizzera.