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CANAPA: IL LENTO RITORNO DI UNA PIANTA DIMENTICATA

Lentamente ma sta tornando. Per usi alimentari, cartari, cosmetici, edili, energetici, farmaceutici, tessili. E’ la canapa sativa, coltivazione tipica della Pianura Padana, abbandonata negli anni ’50, per la concorrenza di altre fibre come juta, cotone, e sintetiche.

Lo stop definitivo fu dato alla metà degli anni ’70, quando furono inaspriti i divieti di coltivazione della varietà indica, da cui è possibile ricavare hascisc e marjuana. Allora fu inserita nelle restrizioni anche la canapa sativa, che invece è formidabile. Questo pianta, infatti, migliora lo stato dei terreni dove è coltivata, necessità di poca acqua e cura, oltre ad avere rari parassiti in natura. Anche la sua capacità di assorbimento di anidride carbonica è particolarmente sviluppata.

Per tutti questi validi motivi l’Unione Europea ha deciso di sostenere la sua reintroduzione tra le coltivazioni. Purtroppo la distruzione dell’intera filiera sta rendendo lenta la sua nuova diffusione nel nostro paese, che vede tra i protagonisti Piemonte, a Carmagnola (To) c’è la sede di Assocanapa, Romagna e Marche, zone dove la canapa era già coltivata sessant’anni fa. Del ritorno di questa pianta dimenticata si discuterà a Cuggiono (Mi) in una serata organizzata dall’Ecoistituto della Valle del Ticino cui parteciperanno Coldiretti e Cia.

La chiacchierata si svolgerà alle Radici e le ali, già chiesa sconsacrata di San Rocco, un affascinante luogo della memoria dell’emigrazione della fine dell’800 e dell’inizio del ‘900 verso gli Stati Uniti.

 

HAMMARBY SJOSTAD, UN QUARTIERE D’ACQUA ED ENERGIA

Sickla Channel by Malena Karlsson

Due milioni di metriquadrati di ex fabbriche diventati un grande nuovo quartiere sostenibile. E’ Hammarby Sjostad, Stoccolma, bella zona residenziale nata dal progetto di villaggio olimpico per i giochi del 2004, che però, come è noto, si svolsero ad Atene.
Proprio dalla mancata realizzazione di quell’idea è nata la proposta del quartiere a basso consumo di energia.
Hammarby Sjostad significa città d’acqua, questo elemento è centrale per la presenza del lago Malaren e il canale Sickla, inoltre una delle principali fonti di energia è proprio l’acqua. Nella zona vi è infatti una centrale idroelettrica e anche quella degli scarichi è riusata per produrre energia.
Proprio per questo apparato Hammerby Sjostad sarà quasi autosufficiente per i suoi ventimila abitanti e diecimila utilizzatori quotidiani, quando alla fine del prossimo anno tutto il nuovo quartiere della zona sud di Stoccolma sarà completato.
Una delle innovazioni introdotte è il recupero dei liquami degli scarichi domestici che sono convogliati in cisterne sottoterra, nella quali si forma biogas usato per i consumi del quartiere. La parte che avanzo è poi compostata e usata come per concimare le vicine campagne.
La raccolta rifiuti è separata e avviene tramite sistemi pneumatici, in modo che le frazioni sono convogliate direttamente nei container che poi sono portati ai centri smaltimento. La frazione non riciclabile è incenerita con produzione di energia elettrica e calore, in base alle necessità del quartiere. Ovviamente non mancano i pannelli fotovoltaici e solari sui tetti degli edifici.
Ad Hammerby Sjostad da sei anni è anche presente un distributore di idrogeno per auto, mentre le due linee di autobus sono a biogas e nel resto della città ce ne sono numerosi a etanolo. Tutta la mobilità del quartiere è a ridotto impatto ambientale, per cui c’è una flotta di auto del servizio car sharing, e c’è anche un traghetto per il centro di Stoccolma, che è formata da quattordici isole. Alla fine della realizzazione del progetto ci sarà anche un tram e, per ridurre l’impatto acustico e visivo, la strada per auto è stata realizzata parzialmente in trincea.

 

FRIBURGO: LA BICISTAZIONE DELLA CITTA’ DEL SOLARE

 

Bicistazione Friburgo

La bicistazione di Friburgo è un grande cilindro di legno appoggiato su pilastri di acciaio e sormontato da alcuni pannelli fotovoltaici. La struttura è aperta nella parte di ricovero e prima assistenza per le bici, mentre è chiusa per quella dei servizi. La bicistazione è un bell’edificio a tre piani realizzato sopra un parcheggio per auto, ormai sottoutilizzato, visto il grande incremento di utenti del trasporto pubblico e delle biciclette nella città del Baden Wurttemberg.

L’infrastruttura si affaccia dal lato secondario dei binari dove passano i treni locali e ad alta velocità, ed è connessa con la stazione attraverso il grande ponte per tram, pedoni e ciclisti che permette l’accesso diretto alle banchine della stazione. Nel piano più alto della bicistazione, in una zona panoramica, vi è l’officina per le riparazioni dove è anche possibile acquistare accessori e ovviamente bici. Accanto si trovano un bar e un’agenzia di viaggio delle Deutsche Bahn, le ferrovie tedesche. Nei due piani sotto vi sono i posti per parcheggiare le due ruote e lasciare in appositi armadietti l’abbigliamento tecnico. La scala che connette il ponte con l’infrastruttura, dotata ovviamente di scivoli per bici, è usata anche dai pedoni che si recano verso la vicina università. In questo modo vi è sempre movimento nel parcheggio che ne aumenta la sicurezza.

Per chi non desidera pagare sui due lati della stazione vi sono due grandi posteggi incustoditi, e, nonostante tutti questi posti bici, vi sono ancora due ruote attaccate ai pali della luce o della segnaletica stradale. A Friburgo, infatti, il gran traffico ciclistico è decisamente parte del panorama della città.

In Olanda, la patria delle bicistazione, ne è stata costruita recentemente una che richiama una mela ad Alpen Aan Den Rijs.

 

SI RECUPERA TUTTO NEI VITIGNI

Bike and Wines by Marv! da Flickr

Dalle vinacce esauste ed essiccate si ricava biomassa per riscaldare e produrre elettricità. Dai raspi si ottiene materiale organico per la pacciamatura. Sono due tra gli utilizzi meno noti dei vitigni che aumentano la sostenibiltà di questo tipo di coltivazione, spesso accusata di essere scarsamente rispettosa dell’ambiente e di essere causa dell’incremento del dissesto idrogeologico.

Da tempo è in corso un processo di miglioramento della vitivinicultura, a iniziare dalla ricerca della qualità, che ha orientato la produzione verso la bontà rispetto alla quantità. L’incremento di reddito delle aziende agricole ha permesso di investire nei miglioramenti di tutta la filiera, che stanno proseguendo, anche con difficoltà, come per la definizione europea di vino biologico. La stesura del regolamento europeo si è infatti arenata nelle differenze tra stati del nord e sud dell’Ue.  Le pratiche sostenibili innovative si stanno diffondendo nella realizzazione di nuove cantine, che si inseriscono piacevolmente nel paesaggio e che sono realizzate con materiali edili ecocompatibili. In molto casi si iniziano a vedere anche installazione di pannelli fotovoltaici e solari termici sui tetti. Per quanto riguarda l’aspetto agricolo vi sono strade che possono sembrare anche contraddittorie.

L’uso dei raspi per la pacciamatura attorno ai vitigni è una tecnica adottata per non far crescere erbacce al fine di migliorare la qualità dei frutti e del lavoro, mentre vi sono coltivatori che fanno crescere l’erba per compattare il terreno in modo da diminuire l’erosione del suolo, quindi il dissesto idrogeologico. Evidentemente ciascuna avrà un utilizzo sostenibile in base alla tipologia del territorio dell’azienda che deciderà di adottarla. L’irrigazione in alcuni casi è stata razionalizzata con riduzione dei consumi, analoga strada intrapresa anche nelle cantine durante le fasi della lavorazione dove è necessaria.

L’elenco delle buone pratiche è lungo, e prevede anche l’uso dei vinaccioli per ottenere un olio usato sia per l’alimentazione che la cosmetica, piuttosto che il riuso delle vinacce per ottenere grappa dopo una distillazione. In quest’ultimo caso è possibile ottenere infine pellet per l’uso come biomassa per riscaldare o produrre elettricità dopo un trattamento di essicamento. Dallo stesso materiale è anche possibile ricavare bioetanolo per autotrazione.

Altri aspetti della sostenibilità della vitivinicultura arrivano dagli imballaggi del vino, in questo ambito sono state adottate bottiglie con minore utilizzo di vetro, etichette stampate con inchiostri e carte a ridotto impatto ambientale, in qualche caso si trovano anche distributori alla spina, ma solo per quello di gamma meno pregiata.

Per finire vi è anche il turismo enologico in bicicletta, con tanto di due ruote attrezzate e aziende agricole con parcheggi predisposti per chi pedala tra una cantina e l’altra, godendosi gli aromi del vino e la bellezza del paesaggio modificato dal lavoro dell’uomo.